fumisterie a soqquadro, il quadrisegnifoto di marika con la minuscola.
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Ne faceva grosse scorpacciate. Apriva le sue mani e sollevava quelle zolle grigiastre. Cristo santo, esisteva gente attratta dal sole. Una stupida palla di fuoco non calpestabile. Amava tutto quello che poteva pestare. Terriccio da campeggio, pozze di pioggia vecchia dietro al box della macchina, linoleum verdastro da bagno di periferia. Aveva questa passione per gli astronauti e i mitocondri. La sua stanza era colma di fotografie della luna. Prima di addormentarsi pregava per le creature dell'universo e sognava di essere un bravo astronauta. Nei sogni collegava tubi rossi a pezzi di terra secca e con difficili calcoli riusciva a saldare fratture del terreno. Aveva costruito un muro di mattoni rigati a colori sgargianti intorno alla tenda, ogni notte aggiungeva un mattone.


Dal collegio di jili si poteva uscire dalla finestra del bagno. Andavamo a cercare le ragazze in maschera, dopo averle tanto pensate e fantasticate. Quelli grandi parlavano di loro come amazzoni moderne, si costruivano le maschere con la carta da disegno dell'ora di arte e immagine e spesso volavano sui tetti saltando con le loro scarpe di gomma e lacci luminosi, dipingevano la lavagna di verde acido e facevano dei buchi nei muri della scuola. Legavano gli uccelli fra di loro, proprio come Candy Candy e a volte facevano volare la cattedra con la forza del pensiero. Di notte, nei boschi, cantavano certi canti difficili da spiegare.
L’ idea di “Hot Igloo” ci è balzata in testa improvvisamente e lentamente, tutto insieme. Pensavamo a qualcosa di glaciale e bollente al tempo stesso, un luogo adatto ai leoni marini e ai pappagalli delle foreste. Qualcuno cresciuto nella giungla ha sfornato idee a non finire, dal nulla, sono nate delle geisha regine dei gelati e dei panda con dei cuori rossi sul corpo. In testa, nella pancia e al posto giusto. Le idee sono uscite da una scatola di colori che viene dal nord, ma come al solito anche dall’est. Una badante ucraina disoccupata – ma perfettamente in regola con i permessi di soggiorno- ha svelato stoffe e cotoni, cerniere e macchine da cucire. E’ Arrivata volando in una scintillante soffitta per offrire il suo aiuto e le sue mani da sarta. Mia nonna Claudia, invece, è stata arruolata per accarezzare ricamando busti di cervi con il cotone bianco, code di paradisee sgargianti , cavallucci marini candidi modellati sull’esempio del mio orecchino preferito. Io ho dipinto e scoperto il feltro e l’odore tossico dei colori per tessuto. Dopo anni di disegni e quadri, occhi smarriti dietro alla bellezza di centinaia di siti di grandi illustratori, ho pensato di fare qualcosa da tenere in mano. Una borsa da portare per il mondo, un merlo-cuscino con gli occhi vivi e il colore che sempre più liquido canta dal becco. Abbiamo lavorato insieme. Bologna, Roma, Ucraina. Marlene Dietrich che ci passa l’ago della giusta misura e il filo più rosso e resistente. Metri di stoffa americana per casa, fatti entrare a forza in un piccolo armadietto attrezzato per l’occasione. Una gatta gironzola sempre sul tavolo per spiare le ragazze. Una è senza volto con i capelli rossi al vento e l’altra è malinconica e bellissima. Ci sono anche giraffe da party, sedie colorate su stoffa lucida e bianchissima, bambini che suonano strumenti musicali. Insomma, se volete, sbirciate senza fretta, gli scaffali andranno riempiendosi.


Si ricordava di quel pomeriggio al bagno Lucinda. Samuele aveva fatto la sua dichiarazione alla ragazzina svizzera e poi erano stati tutti quanti immortalati in una foto ricordo davanti a una torta gigantesca. Novella si rifugiava spesso a piangere nel retro della cucina. Al mattino presto arrivavano i ragazzini nuovi per lo stage, oppure quelli un poco più grandi, pronti per fare la stagione in riviera. La sentivano singhiozzare, di solito ai piedi delle scope, uno di loro- doveva essere giugno, il periodo dei nonni e dei nipoti in vacanza- la prese in braccio, la mise a sedere sul tavolo di marmo e la guardò bere sette bicchieri di latte e menta. Novella sapeva di cartoni appena dipinti con colori a dita, scatoline ricoperte di brillantini alla fragola, insalata condita col limone e lasciata sfiorire in una ciotola, proprio fuori dal frigo.


Si chiuse le mani in cerchio e si slacciò il primo bottone del cappotto con i denti. Rimase a lungo sulla porta, senza dire nulla a proposito dei poster che avevamo appeso lungo le pareti di tutta la taverna. Si poteva trattare di semplici illustrazioni di Pluto oppure di volantini per aderire al nuovo partito di estrema sinistra, per lei la cosa non aveva nessuna importanza. Pensava solo ai segni del nastro adesivo sul linoleum verde mela. Anche se la sua spesa era sempre composta da pesanti scatolette formato famiglia di tonno e sacchi di riso orientale, dava l'idea di essere una di quelle donne che cucinano solo budini di vaniglia e tramezzini ai gamberetti. Ti aspettavi da un momento all'altro di veder spuntare dalla borsa ovomaltina e zigulì, una scia di caramello fuso e stampini a forma di stella per i ghiaccioli.

Come svegliarsi terribilmente infatuati dell'immagine allo specchio. Le gambe mezze rosa, la catenina luccicante intorno alla camicia, il respiro della sorpresa nel fiato. Felice. Nonostante non fosse ancora possibile raggiungere il centro del fiume a piedi, sguazzando con le punte di beate capriole e fruscii.


Ti tenevo il posto sulla giostra principale. Dovevi essere un guardiano del faro, con la barba pungente e la maglietta a righe. Io invece volevo essere la strega con le sue mele macchiate. Tiravamo in aria le carte dei tarocchi e ogni giorno potevamo essere nuovi. Avevamo iniziato a leggere le gambe delle signore, in cambio di un biglietto al brucomela vedevamo grandi fortune: figli sani e grassi e garantire un futuro prospero per tre generzioni. Tu mi parlavi del taglio di capelli di tua cugina Lilia. Era tornata dal collegio in Scozia con una coda di cavallo bionda lunghissima e con il resto della testa completamente senza capelli. Si era rasata con la macchinetta e si era tatuata una farfalla nera sul gomito. Ogni tanto facevamo pagare i nostri amici. Vuoi vedere la testa rasata di Lilia? dammi un biglietto per il brucomela.

Lui le fece notare che aveva i capelli ancora bagnati. Nel mezzo, proprio nella spaccatura, si poteva vedere un capello bianco. Era riccio e sottile. Lei aveva appena sputato un pezzo di formaggio cattivo. Si mise in ginocchio, con il frigo aperto. La salsa di pomodoro era diventata verde e anche i barattoli di tempera avevano una muffa scura sul tappo. Ogni tanto Silvana e Adelaide andavano al campo per sparare palloncini pieni di colore sui manifesti elettorali. Non votavano più dal 1986, dalla sera della morte dei sedici pappagalli di Vladimir.

Adesso proviamo a cercare il suo numero di telefono, te lo prometto. Duilia Rangoni non possiamo essercela dimenticata in qualche angolo di memoria o in qualche rubrica a pois. Adesso andiamo in soffitta e troviamo il suo numero. Vedrai, andrà tutto bene. Lei ti risponderà e ti sembrerà un tempo fermato. Avrà ancora la treccia nera e la voce cristallina. Ti dirà tutto quello che vuoi sentirti dire, non ci sarà nessun problema di linea e neanche una mezza interferenza.

Eppure trattiene tutto a memoria, anche quello che deve ancora essere calpestato.
ci mettiamo ferri per maglia umidi, nascosti in buche di sabbia e sogni pastosi e ostinati. [ saranno quelli da mangiare con le tagliatelle alle ortiche].
Poi devi avere poca cura e tanta credenza, spargere semi danzanti e saltare fra le ombre - altrove si cambiano sembianze umane con arti finti e ruote di bicicletta, ma non temere, non qui, non ora- di tutto questo sole possiamo fare castelli di balsamo e viti per muoverci meglio.
ecco, dicevo. ecco.

La nuvola dell'autostazione.
Fumava la sua sigaretta e continuava a guardare in alto. cosa credi scorgere? una luce divina, una parola illuminante, il verbo sacro e incandescente della sapienza?. sabina fingeva di ascolatre le sue parole, mangiava le sue patatine e pensava al tragitto da fare per ritornare in piazza minghetti.

Quando chiuse la porta disse solo questa frase, anche se non mi guardava lei sapeva come farmi sentire una domenica di pioggia con la maglietta bagnata, il mal di testa sulle tempie, la bocca impastata.
lei. lei e la sua rabbia nella pancia.

Avanti, allora. arredava i suoi fazzoletti interni con mille intenzioni. sapeva di non avere niente di buono fra le mani e sapeva di doversene liberare presto.

Mi condussero sul posto, ma non so come ero riuscito a piantarmi sulla porta e con una furia insensata gridai alla vecchina dei sette labirinti: oggi stesso vi denunzio, miserabile vigliacca! i funghi viola si stavano aprendo davanti ai miei occhi e Drusilla era sempre più bella.

di corsa aveva mangiato il pollo della mensa e si era sciugata le unghie con il nuovo ventilatore postalmarket. la vita era diversa con il nuovo chanel. il terzo piano dell'ufficio era il luogo maledetto. non aveva mai niente da fare, sprofondata su quella poltrona in vellutino stinto. così pensava al rododendro, alla salsa di panna e noci, alla venere di quel pittore. non ricordava mai il nome di quel pittore delle donne angelicate e fiorite. lo spogliarello era stato patetico, ma quello della terza fila era veramente fico. odiava la mimosa. lei e susanna avevano fatto da poco i quarantadue. quarantadue primavere e ancora si sgretolavano la bocca dietro a una vita così patetica e ulcerosa.

usciva di casa con qualcosa di bello in pancia

specchio di ghiaccio
alla maniera di Pedretti
www.undo.net/Pressrelease/foto/1152196274b.jpg

nodi e azzurri sempre più belli e fondi.

rimane un traghetto pieno di pesce da prendere, il resto è uno sciame di vecchietti con le buste piene di cibo, bambini in bicicletta e sorrisi.

lost and found, le vecchie canzoni, lesser matters.

incastri errati
l'arte del non cavare un ragno dal buco